//MALTA: L’ISOLA CHE NON C’È- di Vittorio Cugnin

MALTA: L’ISOLA CHE NON C’È- di Vittorio Cugnin

PARTE II: MALTA OIL – IL CONTRABBANDO DI GASOLIO

Una nuova flotta di pirati è attiva, oggi, in una determinata area del Mar Mediterraneo, corrispondente al triangolo d’acqua, avente vertici fissati tra le coste della Libia occidentale, l’isola di Malta e l’Italia meridionale, specificamente la città portuale di Augusta in Sicilia. I pirati odierni non assumono le sembianze stereotipate dei celebri Barbarossa o Capitan Uncino, con gambe di legno e pappagalli al seguito, ma indossano le vesti di guerriglieri solidali a bande armate libiche, di broker finanziari maltesi e di esponenti di clan mafiosi della Sicilia Orientale. Il restyling della figura piratesca comprende, altresì, i mezzi di trasporto (e di abbordaggio) impiegati: dai galeoni, issanti la celeberrima bandiera Jolly Roger, si evolve a navi cargo, di dimensioni variabili, battenti solitamente bandiere ombra di Paesi, come Malta, Antigua o Bahamas. Il moderno cartello di pirateria, fondato da soggetti, culturalmente ed etnicamente, diversi, persegue un unico obiettivo comune: lucrare, non più attraverso ruberie ai danni dei vascelli di proprietà delle corone europee, bensì mediante la gestione illecita (ovvero di contrabbando) della filiera della più importante materia prima del ventunesimo secolo: il petrolio, o definito anche oro nero.

La Primavera Araba del 2011 ha condotto al crollo delle solide strutture di potere, politico ed istituzionale, di diversi Paesi dell’Africa Settentrionale. I movimenti di liberazione nazionale hanno deposto i leader in carica, ritenuti crudi demagoghi e corrotti dittatori, ed hanno indetto legittime elezioni democratiche. In Libia, il movimento di liberazione ha destituito la figura di Mu’ Ammar Gheddafi, a capo del Paese da più di quarant’anni, dando origine ad una gemmazione politica che ha condotto alla formazione di nuovi partiti. Tra tali neonate fazioni, è possibile individuare alcuni gruppi estremisti, sostenuti da bande armate locali, che si sono assicurati, in breve tempo, il diritto di amministrare business fortemente remunerativi, come le partenze dei migranti verso l’Europa ed il contrabbando di gasolio, prodotto dalle raffinerie del Paese. Una delle bande armate più dinamiche nella Libia occidentale è quella guidata dai fratelli Koshlaf, la cui città di riferimento è l’aggregato costiero di Zuara. Zuara è un importante polo economico-commerciale, essendo la città ubicata in una regione, ove è sorta, alla fine degli anni ’70, la più grande raffineria di petrolio dell’Africa Sub-Sahariana: la stazione di Zawija. La raffinazione del petrolio è l’attività più redditizia della Libia, da cui il Paese trae i maggiori profitti, a livello statale e privato. I lauti guadagni, legati all’oro nero ed ai suoi derivati, hanno convinto i Koshlaf ad investire risorse, umane ed economiche, al fine di divenire unici amministratori del traffico di greggio, in entrata ed in uscita da Zawija. I compensi monetari, generati dalla vendita di petrolio raffinato, principalmente di contrabbando, sono ritenuti ottime contropartite per l’acquisto di armi, stupefacenti e tecnologie. Tutto ciò avviene in maniera manifesta perché gli acquirenti sono, altresì, soggetti senza scrupoli, che, bramosi di denaro, chiudono un occhio (o anche due) sulla concessione indiretta di finanziamenti ad organizzazioni criminali o a stampo terroristico.

Tale aspetto, del resto, non era stato oggetto di alcuna valutazione da parte dei soci fondatori del cartello di pirateria del Mediterraneo: i broker maltesi, Gordon Debono e Darren Debono, e l’imprenditore italiano Nicola Orazio Romeo. Darren, in gioventù calciatore ed in maturità imprenditore nel ramo della ristorazione; Gordon, vera mente del cartello e socio di maggioranza di una delle maggiori compagnie europee di brokeraggio di greggio, la PetroPlus AG; e Nicola Orazio Romeo, imprenditore nell’ambito del commercio ittico in Sicilia, ritenuto sodale della famiglia mafiosa dei Santapaola. I soggetti in questione avevano individuato un meccanismo di approvigionamento, trasporto e vendita di petrolio raffinato, in particolare gasolio, tale da fruttare milioni di euro. I broker maltesi ed i mafiosi avevano, in principio, stretto accordi con i capi delle bande armate della Libia Occidentale per la compravendita di gasolio di contrabbando. L’organizzazione italo-maltese, versava, quindi, le somme pattuite, tramite società fittizie, ai fratelli Koshlaf, in cambio di importanti quantitativi di gasolio, prodotto negli impianti di Zawiya. Il trasferimento del gasolio seguiva un rigido e ben studiato processo di smistamento che prevedeva fasi differenti. Il primo trasbordo, tra terraferma e mare, avveniva attraverso l’impiego di pescherecci di dimensioni considerevoli. Tali pescherecci, prima, aspiravano il gasolio, mediante tubi di gomma, da camion cisterna, in sosta sulle banchine del porto; e, successivamente, riversavano il contenuto in container, collocati sulle proprie prue. In seguito, gli stessi pescherecci, allontanatisi dalle coste libiche, entravano in contatto con navi cargo, che prelevavano i container, tramite gru di sollevamento, concludendo un secondo trasbordo. Le navi cargo erano riconducibili, in termini proprietari, a società maltesi, a loro volta connesse, mediante un intricato modello di scatole cinesi, ai broker Debono. Le imbarcazioni, dopo aver preso in consegna il cargo dai pescherecci e disattivato il trasmettitore AIS, per risultare invisibili ai radar delle Autorità, facevano rotta verso Malta, senza avvicinarsi eccessivamente alle coste maltesi. Non superando il limite delle acque territoriali (24 miglia dalla costa), le navi, e, soprattutto, gli scambi, non sono oggetto di confisca da parte della guardia costiera nazionale (nel caso del cartello, gli scambi non erano di diretta giurisdizione della guardia costiera maltese, essendo effettuati in acque contigue). A largo delle coste maltesi, le navi cargo erano solite effettuare un ulteriore trasbordo a favore di altre imbarcazioni mercantili, di proprietà di partner commerciali della PetroPlus AG. Una volta ottenuto l’intero carico, tali ultime navi raggiungevano il porto di Augusta, in Sicilia, ove veniva effettuato l’ultimo trasbordo, verso la terraferma, con conseguente ubicazione dei container nel deposito della Maxcom Bunker, società italiana proprietaria di diversi magazzini nella città siciliana. Qui, entravano in scena gli esponenti del clan dei Santapaola, che avevano il compito di gestire lo smistamento, in Italia ed all’estero, del gasolio di contrabbando tra distributori compiacenti. Il gasolio di contrabbando era venduto ai distributori a prezzi molto inferiori rispetto ai prezzi di mercato; distributori che, a loro volta, offrivano il gasolio ai clienti finali a prezzi altrettanto calmierati (causando il cosiddetto fenomeno del dumping – discesa incontrollata dei prezzi di materie prime importate), falsando, quindi, in modo inequivocabile il mercato e penalizzando i distributori non collusi. La violazione della normativa sulla concorrenza non rappresentava l’unico reato commesso in seguito all’inserimento nella rete legale del gasolio di contrabbando. Si è stimato che, tra il 2016 ed il 2018, sia stata commessa un’evasione record di IVA, sui trasferimenti di greggio raffinato, di circa 6 miliardi di Euro.

Cosa è accaduto ai protagonisti della vicenda? Il 17 Ottobre 2017, la Procura di Catania ha ottenuto un ordine di custodia cautelare per Gordon Debono, Darren Debono, Nicola Orazio Romeo e Ben Khalifa (ritenuto il sodale di riferimento dell’organizzazione dei Koshlaf). Nei giorni successivi all’emissione dell’ordine, vengono fermati i quattro soggetti (Ben Khalifa, già, in carcere in Libia per ulteriori reati), considerati al vertice dell’organizzazione di contrabbando di gasolio nel Mediterraneo. La cattura dei fondatori della MaltaOil, però, non ha decretato la fine del traffico illegale di gasolio tra la Libia e l’Europa. Una recente relazione dell’ONU ha stabilito che il numero di trasferimenti di greggio raffinato, non regolamentati, è addirittura in aumento. Altri soggetti hanno immediatamente sostituito la vecchia guardia per continuare a svolgere l’attività in maniera del tutto indisturbata. Secondo le autorità internazionali, la figura di spicco dell’organizzazione, attualmente, è rappresentata da Rodrick Grech, broker di prodotti petroliferi, nonché consulente della PetrolPlus AG e di ulteriori aziende, operanti sempre nel settore del greggio, aventi sede in Europa dell’Est (come la Manchester Shipping LLC, le cui navi cisterna erano di solito utilizzate per il trasbordo del gasolio di contrabbando). Probabilmente la vicinanza di Grech a figure di potere rilevanti, in Europa ed in Asia, ha fatto sì che il suo arresto, ad oggi, sia ancora lontano dall’effettuarsi, tanto che la sua figura pare sia avvolta da un velo di mistero, quasi a portare le autorità a dubitare della sua reale esistenza.

Malta, una, nessuna e centomila, scriverebbe Pirandello. O basterebbe, semplicemente, due. Riconoscere la duplicità per salvaguardare l’unicità.  Non da considerare, in questo caso, come giusto mezzo, bensì come soluzione ultima e positiva, in cui trova sintesi l’ambivalenza. La politica maltese, così come quella europea, non dovrebbe sottostimare la diffusione del crimine organizzato nell’isola. Minimizzare la complessità di Malta, non comprendendo la sua realtà duplice, è un errore da non commettere. Malta è, e resterà, una delle principali porte, attraverso cui accedere all’Europa, fondamentale per i traffici (legali) tra il continente europeo e l’Africa. Una regione, quindi, da accudire e preservare primariamente. La morte di Daphne Caruana Galizia, nella sua drammaticità, è un segnale, chiaro e vigoroso, di ciò che accade a Malta, ogni giorno. Al momento, però, le istituzioni tacciono, insabbiando e nascondendo la verità, sia sull’omicidio della Galizia sia sui collegamenti tra il potere maltese ed esponenti della criminalità organizzata. Resta, allora, a noi tutti il significativo e non agevole compito di difendere coloro che si battono, ogni giorno, per scoperchiare il vaso d’illegalità, ormai colmo, posto in quel di Malta. Vi sono giornalisti, politici, imprenditori e semplici cittadini che hanno il coraggio di denunciare, seppur fortemente intimoriti dalle potenziali ripercussioni, di cui potrebbero esser vittime. Solo l’offerta incessante di sostegno e la ferma volontà di dar voce alle loro denunce permetterebbe di circoscrivere il perimetro della vera Malta, che c’è, e che dovrebbe finalmente esserci.

“E se ti prendono in giro, se continui a cercarla, ma non darti per vinto perché, chi ci ha già rinunciato, e ti ride alle spalle, forse è ancora più pazzo di te”.

Vittorio Cugnin